Ieri si è svolta la prima manifestazione del cosiddetto “campo largo”, pensata per lanciare il programma dell’alternativa al governo di centrodestra. Come piazza si è scelta quella del Gesù Nuovo, tradendo già nella scelta una certa paura del flop — che poi, come le migliori profezie che si autoavverano, si è puntualmente realizzata. In piazza c’erano più dirigenti che militanti, molte bandiere dei 5 Stelle ma poche persone, in uno spazio già dimezzato dalla presenza di alcune impalcature.

A svuotare ulteriormente la piazza hanno pensato i militanti di Potere al Popolo, formazione della sinistra radicale, con una contestazione che accompagnava alcuni lavoratori della Transnova. Insomma, un tonfo su tutta la linea.

Per leggere davvero il dato di questa manifestazione, e del suo fallimento, bisogna concentrarsi su tre fattori: quello politico-territoriale, quello della contestazione e quello legato alla retorica del voto utile.

Il rapporto tra politica e territorio.
Ieri, su tutti i giornali, il campo largo rivendicava di aver scelto Napoli perché qui ci sarebbe il modello di governo perfetto. L’incoronazione di Manfredi arrivava pochi giorni dopo il buon piazzamento nella classifica del gradimento dei sindaci d’Italia (sarebbe interessante capire con quali criteri si stilino certe classifiche).

La domanda allora sorge spontanea: il campo largo — PD, 5 Stelle e AVS — governa Napoli, la Regione Campania e la maggior parte dei comuni della città metropolitana, alcuni conquistati proprio di recente. Perché, allora, la manifestazione è stata un flop totale?

Perché il campo largo, a queste latitudini, è più un insieme di consensi personali e di reti clientelari che una forza politica radicata: gruppi che spostano voti nelle urne, ma non nella militanza. La grande macchina organizzativa del Partito Democratico — che del PD era la forza principale, o meglio lo era — è ormai messa al servizio di questi gruppi di potere, spesso più simili a veri e propri clan, che decidono, impongono e talvolta trasmettono le proprie posizioni addirittura per via ereditaria.

Si ritiene per questo che Napoli sia una partita già vinta. Ma il punto è che sindaco e presidente di Regione non sono riusciti a tradurre quel consenso in una presenza radicata sul territorio, come accadeva in passato con sindaci come Valenzi o Bassolino. Altre epoche, altra storia — ma soprattutto altro metodo. Oggi il campo largo a Napoli può vincere solo in presenza di un alto tasso di astensione, figlio di una forte sfiducia verso la politica: già nel 2021 Manfredi stravinse al primo turno, ma con un’affluenza sotto il 48%, in netto calo rispetto alle tornate precedenti. Si festeggiò in piazza, ma erano quattro gatti. Come ieri.

La contestazione.
La contestazione è sempre legittima, quando è pacifica. Ma se ci sono militanti feriti, allora è giusto condannare la violenza: perché la democrazia è pacifica, e laddove c’è violenza non c’è più confronto.

Va detto, peraltro, che Potere al Popolo ha finito per fare un regalo al centrosinistra: dando visibilità alla contestazione, ha tolto attenzione al vero dato della giornata, cioè il flop della manifestazione.

La retorica del voto utile.
Una cosa però ci tengo a dirla: trovo stupido e offensivo affermare che chi non vota il campo largo sia alleato di Meloni o di Vannacci. Per diversi motivi.

In primo luogo, perché si cerca di colpevolizzare l’elettore, scaricando su di lui la responsabilità del fallimento di un progetto politico che in realtà è inesistente.

In secondo luogo, perché si fa leva sul senso di colpa — e così facendo si conferma esattamente l’arroganza, la spocchia e la distanza di questa ex sinistra dalle istanze che nascono dal basso.

Il terzo motivo è che significa non aver capito il senso di quel voto: che non è un tradimento, ma una scelta precisa. Perché quando si guarda al metodo, e non alle bandiere, ci si accorge che — proprio a Napoli — il modello Manfredi è quello di un potere che si concentra e si verticalizza. Il sindaco cumula su di sé la guida del Comune, della Città metropolitana, dell’ANCI e una serie di incarichi commissariali; e il “Patto per Napoli”, firmato prima con Draghi e poi rinnovato nella logica della “collaborazione istituzionale” con il governo Meloni, ha di fatto instaurato un rapporto diretto tra il vertice del Comune e quello dell’Esecutivo — quello che c’è chi, da sinistra, ha definito un “premierato strisciante” con il pilota automatico, capace di vincolare le scelte ben oltre la singola consiliatura. Un metodo, insomma, più vicino al “decidere e tirare dritto” che a quella partecipazione dal basso che pure era stata la promessa.

Non ci si interroga, insomma, sul perché quei voti se ne vadano: ci si limita a cercare un colpevole, trasformando il pluralismo in un problema da arginare, come se i piccoli “sottraessero” ai grandi.

Ed è qui l’errore più grave, anche sul piano dei princìpi. Perché i costituenti scelsero un sistema proporzionale proprio per garantire la rappresentanza dei piccoli e limitare il potere dei grandi. Il pluralismo non è un difetto da correggere: è il cuore stesso del disegno costituzionale. Chi lo vive come un ostacolo non sta difendendo la democrazia dalla destra — sta solo rivendicando un diritto di prelazione sul voto altrui che nessuno gli ha concesso.

Del resto, che l’appello al voto utile finisca per impoverire la democrazia non è un’idea nuova: è una critica che la sinistra radicale porta avanti da anni. Votare contro i propri princìpi per arginare un presunto “male maggiore” significa legittimare, elezione dopo elezione, politiche sempre più lontane dai bisogni reali dei cittadini. E forse, prima di minacciarci con lo spauracchio della destra al governo, qualcuno dovrebbe ricordare che quella destra al governo ce l’hanno portata loro, nel 2022.