Da Eva alle influencer: come si insegna a una donna a obbedire — e come si può smettere

Lo dico subito, consapevole della stranezza: è inusuale che a occuparsi di diritti delle donne sia un uomo. Eppure, a ottant’anni dalla Repubblica, educarsi mi sembra un dovere, non una cortesia. Se non lo fa la società nel suo insieme, che lo faccia almeno il singolo – perché le dinamiche misogine e discriminatorie non sono scomparse: sono tornate a circolare sotto travestimenti gentili, e vanno riconosciute.

Partiamo da un equivoco antico. Ci hanno educati – il cattolicesimo per primo – a immaginare la donna come creatura sottomessa e obbediente. Ma è un’interpretazione, non un dato di natura. Rileggiamo i testi. Il primo gesto davvero libero della storia sacra è quello di una donna che sceglie: Eva non subisce, decide. Allunga la mano verso il frutto della conoscenza, e quel gesto – il primo atto di libero arbitrio del racconto – ha a che fare proprio con il sapere: cioè con ciò che secoli dopo si proverà a strapparle. E Maria, che ci è stata consegnata come modello di docilità, pronuncia in verità un sì – il suo fiat – che non è resa ma consenso attivo: avrebbe potuto tacere o sottrarsi, e invece risponde, e la sua risposta cambia la storia. Nessuna delle due, letta sul serio, somiglia alla moglie muta che ci hanno tramandato. La docilità è stata sovrapposta dopo, e perfino messa per iscritto – «le donne tacciano nelle assemblee», ammoniva già Paolo. La sottomissione non stava nell’origine: l’abbiamo aggiunta noi. E qualcuno, a un certo punto, ha avuto interesse a farlo.

Quel «qualcuno», e quel momento, hanno un nome. In Calibano e la strega – uscito in inglese nel 2004 e tradotto in Italia da Mimesis nel 2015 – Silvia Federici li individua nella transizione dal feudalesimo al capitalismo. Marx aveva chiamato «accumulazione originaria» la violenza fondativa – espropriazioni, recinzioni, colonizzazione – che creò le condizioni del capitale. A quel racconto, sostiene Federici, mancava un capitolo: la caccia alle streghe che insanguinò l’Europa tra Cinque e Seicento. Non superstizione residua, ma dispositivo economico. Bruciare le streghe voleva dire espropriare le donne dei loro saperi – contraccezione, parto, medicina popolare – disciplinarne il corpo e ricondurle a una funzione: il lavoro riproduttivo gratuito e invisibile su cui poggiare il salario maschile. Fu anche l’epoca della Riforma e della Controriforma, in cui il disciplinamento dei corpi e delle coscienze si fece sistematico. La donna che sceglie diventa, col fuoco, la donna che serve. Il titolo allude alla Tempesta di Shakespeare: Calibano è il ribelle colonizzato, la strega la figura femminile da spezzare.

Tengo a mente quel rogo mentre apro TikTok. Perché la stessa relegazione domestica che nel Seicento fu imposta con la violenza, nel 2026 viene desiderata, estetizzata e – soprattutto – venduta. È il fenomeno delle tradwife, le «mogli tradizionali» con seguiti da centinaia di migliaia di follower. Come osservano Sarah Banet-Weiser e Sara Reinis su Feminist Theory, il loro messaggio è ingannevolmente semplice: la felicità di una donna starebbe nel curare il marito e sottomettersi a lui, fare figli, tenere la casa in ordine. Capelli ondulati, abiti anni Cinquanta, cucine perfette: una nostalgia confezionata per un passato mai esistito.

Ma il punto che inquieta è un altro, ed è qui che Federici torna attualissima. Questa domesticità non è un ritorno al focolare contro il mercato: è essa stessa mercato. Lo certifica il numero speciale che Psychology of Women Quarterly ha dedicato al tema nel 2026: la presenza social di queste donne non è solo un veicolo ideologico, è un business, che genera profitto mentre normalizza credenze di un’altra epoca. Le più note gestiscono insieme aziende vere: contratti con i marchi, ebook, corsi, linee di prodotti. La casalinga che impasta il pane in diretta è lavoro riproduttivo glorificato e, insieme, lavoro digitale retribuito – mai riconosciuto come tale.

Si chiude un cerchio vertiginoso. L’accumulazione originaria aveva reso invisibile il lavoro femminile nella casa; la sua versione di oggi fa di quell’invisibilità un contenuto monetizzabile, e vende come libera scelta ciò che fu coercizione. Attenzione, però: quel desiderio non nasce dal nulla. Viene prodotto – da algoritmi che premiano certi contenuti, da un immaginario che ricicla nostalgia, da un mercato che ha bisogno di quel lavoro gratuito oggi quanto nel Seicento.

E allora sia chiaro contro chi va la critica: non contro le donne che girano quei video. Molte raccontano un disagio autentico – un mercato del lavoro ostile, la stanchezza di una doppia presenza che nessuno conta – e offrono l’unica risposta che il presente sembra concedere. Il bersaglio è la macchina che quel disagio lo trasforma in profitto e lo restituisce confezionato come ideale.

Né l’Italia è un’isola al riparo: in un Paese dove la cura grava ancora soprattutto sulle donne, dove la maternità allontana dal lavoro più di quanto vi riporti, dove i servizi che renderebbero davvero libera una scelta spesso mancano, il «torna a casa, sarai più felice» attecchisce con facilità. Lo direbbe Federici senza giri di parole: ciò che si spaccia per natura o vocazione è quasi sempre il prodotto di una storia economica.

Per questo conviene ripartire da dove eravamo. Da Eva che sceglie e da Maria che si autodetermina: due donne libere, prima che secoli di racconto interessato le trasformassero in icone dell’obbedienza. Quella libertà non è una concessione da elargire né una conquista recente da difendere col fiato corto: è il punto di partenza che ci hanno fatto dimenticare, riscrivendolo a tavolino. E ogni epoca, puntuale, trova il modo di cancellarlo di nuovo – bastano strumenti diversi, dal rogo all’algoritmo. Federici ci ha insegnato che il controllo del corpo e del lavoro femminile non è un capitolo chiuso, ma una struttura che il capitalismo riaccende quando gli serve, cambiando lingua a ogni epoca. Ottant’anni di Repubblica non bastano a metterci al riparo, se le conquiste possono essere riconfezionate in un filtro nostalgico e rivendute come desiderio. Il compito minimo, anche per un uomo, è riconoscere la strega sotto il grembiule inamidato – e ricordare chi, e perché, la volle al rogo.