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C’è una scena di The O.C. che sembra scritta per descrivere le nostre elezioni regionali: il ballo delle debuttanti, dove ognuno cerca un partner non per affinità, ma per convenienza. È l’immagine perfetta di una politica che cambia forma per restare identica a se stessa, dove le alleanze si confondono e le visioni scompaiono. Ma guidare una Regione non significa comporre un mosaico di interessi: significa avere una direzione, un’idea di futuro. Ed è proprio questo che oggi manca.
Il primo punto da cui ripartire è la partecipazione. La mobilitazione dei giovani nelle piazze dimostra che la disaffezione non è verso la politica, ma verso i partiti che non sanno più ascoltare. Serve una democrazia che non si esaurisca nel voto, ma si rinnovi ogni giorno attraverso strumenti concreti: regolamenti per la partecipazione diretta, patti di collaborazione, amministrazione condivisa dei beni comuni. Così la cittadinanza diventa corresponsabilità e gli spazi pubblici tornano a essere luoghi di comunità.
Il secondo tema è la salute mentale, questione ormai ineludibile. Troppi ragazzi vivono nell’angoscia di non essere all’altezza, in un sistema che trasforma ogni fragilità in colpa. La Campania ha introdotto lo psicologo di base, ma ora serve renderlo un diritto effettivo: uno psicologo in ogni distretto, sportelli di ascolto in scuole e università, percorsi di prevenzione e campagne per rompere il silenzio. La salute mentale deve diventare parte integrante delle politiche pubbliche, non un servizio residuale.
Il terzo punto è la lotta alla povertà. In Campania una persona su quattro vive in condizione di disagio economico. Non bastano misure emergenziali: serve un Reddito di Dignità regionale che unisca sostegno al reddito e percorsi di inclusione, formazione e accompagnamento. Povertà non è solo mancanza di risorse, ma di opportunità: restituirle significa restituire libertà.
Il quarto punto è l’istruzione, primo strumento di uguaglianza. Le scuole devono tornare a essere presidi sociali, aperte anche di pomeriggio, con servizi psicologici, orientamento e spazi di socialità. Bisogna ampliare la no tax area universitaria, sostenere il costo dei libri e rafforzare il diritto allo studio. Solo così si può fermare l’emigrazione intellettuale e trattenere i giovani che oggi vedono altrove le loro possibilità.
Il quinto pilastro riguarda la transizione ecologica e l’innovazione sostenibile. La Campania deve smettere di inseguire modelli industriali del passato e puntare su energie rinnovabili, rigenerazione urbana, economia circolare e tutela del territorio. È un’occasione storica per creare lavoro stabile, valorizzare le competenze locali e trasformare la sostenibilità in sviluppo.
Sono cinque priorità, ma soprattutto cinque idee di futuro. Perché non si tratta solo di amministrare, ma di ricucire il legame tra istituzioni e cittadini, tra generazioni e territorio.
E voglio chiudere con una certezza: la politica non è un esercizio di immagine, ma un atto di responsabilità. Dopo le elezioni, quando si spengono le luci dei comizi e restano soltanto i fatti, sarà quello il momento della verità. Ed è lì che misureremo chi avrà davvero avuto il coraggio di cambiare.

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